C’è da stupirsi se negli ultimi anni è intervenuta una mutazione antropologica di cui il fenomeno dei ‘ritornanti in montagna’ costituisce la cartina al tornasole. Accade così che molti figli o nipoti di coloro che avevano abbandonato le zone montane, arrendendosi comprensibilmente al cospetto della impossibile vivibilità dei luoghi d’origine, manifestino un’inaspettata presa di coscienza circa l’importanza della montagna nel plasmare stili di vita più autentici e condizioni di sostenibilità economica qualitativamente superiori. Molti di questi neo-montanari o cittadini pentiti hanno abbandonato provvidenzialmente talune sterili idealizzazioni della montagna che, in chiave neo-romantica, stuzzicavano invece la voglia di evasione dei cosiddetti neo-rurali degli anni Settanta e Ottanta.
Il fenomeno dei ritornati sta interessando, seppure a macchia di leopardo, molti territori delle Alpi. La crisi economica, la mancanza di lavoro, lasciano intravedere nelle terre abbandonate di montagna nuove potenzialità finora inespresse.
Tuttavia un’ombra lunga potrebbe oscurare questo inedito rinascimento delle terre alte, ossia il rischio che il fenomeno non diventi strutturale ma si riduca a manifestazioni, seppur coraggiose, di spontaneismo. A questo punto, per rendere più stabile e appetibile tale processo demografico, occorrerebbero politiche di accompagnamento di queste scelte nella consapevolezza che far rinascere la montagna non costituisce un privilegio di pochi ma, al contrario, va nell’interesse di tutta la collettività, anche di quella che vive nelle terre basse delle pianure o nelle grandi concentrazioni metropolitane.





